Raccontare o alimentare? Il doppio standard dell’opinione pubblica nell’era dei social

 “Ma come mai non hai pubblicato quella notizia?”

Non troverete un articolo firmato da me sulla vicenda dell’audio che si presume sia stato realizzato dal ragazzo dei video choc di Ceriale. E non lo troverete per una scelta precisa, nonostante quel video-audio circoli ormai da giorni in rete.

Credo sia necessario distinguere tra una notizia di interesse pubblico e rilevanza sociale - uno dei principi fondamentali dell’informazione - e la volontà di alimentare una gogna mediatica o inseguire facili click. 

Attorno a questa tragedia si è scatenato un vero e proprio inferno mediatico. C’è chi ha cavalcato l’ondata di indignazione e rabbia, quest’ultime comprensibilissime e più che legittime, per ottenere visibilità e consenso. Nel “migliore dei casi” per fare numeri. Nel peggiore, per diffondere informazioni scorrette e fuorvianti. Circolano video che lasciano intendere che fosse lui alla guida dell’auto coinvolta nell’incidente. Ancora più grave è che nei commenti molti danno tutto per vero solo perché lo vedono sullo schermo. 

Ci sono situazioni in cui raccontare determinati fatti diventa inevitabile. Molti colleghi lo hanno fatto in modo corretto, rispettoso e professionale. La diffusione di alcuni contenuti collegati ad una vicenda così drammatica aveva una rilevanza tale da non poter essere ignorata. Poi, naturalmente, esiste il modo in cui si decide di raccontarli. Ma questa è un’altra storia.

Esiste anche una valutazione che ogni professionista dell’informazione, così come chiunque decida di diffondere notizie all’opinione pubblica, dovrebbe fare prima di pubblicare qualcosa. Una valutazione che difficilmente può essere sostituita dall’improvvisazione di chi produce contenuti senza approfondire, senza verificare e spesso senza confrontarsi con fonti primarie e autorevoli. 

Sui social sembra che tutto sia consentito. Che si possa scrivere qualsiasi cosa su chiunque. Ma chi fa informazione ha il dovere di mantenere acceso un punto di riferimento fatto di fatti verificati, contesto e responsabilità. Un avamposto di luce in tempi in cui il rumore spesso prevale sulla verità.

Non tutti comprenderanno sempre le scelte di chi esercita il diritto-dovere di informare. Ma l’importante è continuare a svolgere questo lavoro nel modo più corretto possibile. Si può sbagliare, certo. Succede a tutti.  L’importante sta nel farlo sempre senza malafede.

Aggiungo una piccola riflessione: a fare da contraltare alla legittima indignazione di chi chiede lo stop alla diffusione di certi contenuti sui social ci sono i numeri, che raccontano una cosa semplice: la maggior parte delle persone ha “sete” di quei contenuti. Ed è il motivo per cui i social ne sono invasi. Per ogni persona che chiede lo stop, ce ne sono molte, molte di più che cliccano su “condividi”.

Una sorta di "schizofrenia collettiva" che ci spinge a riflettere su uno strumento tanto utile quanto dannoso (ha ragione da vendere la mamma di Sofia) per la nostra società, a seconda del suo utilizzo.

Nicola Seppone






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