E' COSì CHE VA

La brutta notizia è la regina dell'informazione. Ti prende quasi sempre in contropiede, mette a segno i suoi colpi uno dietro l'altro. E' dirompente, affascinante e virale. Da piccolo andavo matto per le Fruitella alla fragola. Cazzo, erano una droga. Andavo al bar sotto casa e compravo il pacchetto per mangiarne un paio. Dovevo ancora mettere il resto in tasca e il pacchetto era già finito. E le brutte notizie sono così. Alla gente piace leggere le brutte notizie. Il pubblico non è mai sazio di brutte notizie. I TG, i giornali cartacei, gli speciali della Domenica pomeriggio condotti da personaggi fottutamente detestati, gli approfondimenti serali sui vari omicidi, i link su Facebook dei quotidiani online. Infondo al ristorante vi portano quello che ordinate, altrimenti vi alzate e ve ne andate. Non è poi così diverso con i mezzi di informazione poco sopra.

Le belle notizie sono paragonabili al classico "pizzico di sale q.b." delle ricette, solo quelle più eclatanti e dal potente contenuto carismatico saranno in grado vedersela con le brutte notizie ed eclissarle, per un attimo.


Ma ci sono delle notizie che non sono né belle né brutte. Sono apparentemente neutrali. Sono un po' come quella polpetta avvelenata che il tuo cane trova al parco. L'aspetto è invitante. Il contatto visivo e l'odore stimolano il tuo amico a quattro zampe ad avvicinarsi. Può limitarsi ad annusarla. Ma può anche mangiarla d'istinto e allora sarà letale. Un tempo si leggevano le notizie, si poteva borbottare qualcosa in famiglia, magari con una manciata di amici, dal barbiere, seduti ad un caffè. La tua opinione rimaneva per un istante nella mente del tuo interlocutore. Poi, come il soffio che spegne una candela, spariva. Poi oh, uno può anche aver capito male. Chi se lo ricorda quello che avevi detto.

Oggi ti puoi limitare a leggere certe notizie e fermarti lì, come quel cane che si limita ad annusare la polpetta. Ma sui social network cambia tutto, puoi anche interagire con la notizia. Puoi commentare e dire la tua e subito, un numero di persone che la tua testa non riesce nemmeno ad immaginare, conoscerà la tua opinione. Hai usato l'Uniposca, ora sarà difficile cancellare.

Basta un pollicino all'insù e zac: la tua opinione è servita al pubblico.

Ogni giorno milioni di giudici da tastiera brulicano per le "strade" di Facebook. Sull'argomento si è scomodato anche Umberto Eco: "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E' l'invasione degli imbecilli". 

Ma oggi non c'è tempo. Non c'è tempo per riflettere. Non c'è tempo per interrogarsi sulla veridicità di un link.  Oggi sono libero, cazzo. Sono libero di dire la mia. 

Che succede oggi? Capita spesso di vedere il senso civico scansarsi per fare spazio ad una fotocamera che fa "click". Vuoi mettere fotografare il tizio che annega piuttosto che soccorrerlo? Che poi magari cimmando (cit) lo scatto al quotidiano online e mi prendo pure la mancia. 

Oggi non c'è tempo per riflettere. Non serve riflettere. O forse si?

Nicola Seppone





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